lo sapevo già

Mi  disse di seguirlo nel laboratorio, l’archetto di mia figlia non era ancora pronto, mancavano gli ultimi ritocchi, lo seguii, lui si mise seduto al banco, accese la fiamma e iniziò a lavorare il crine con gesti lenti, decisi e sapienti, controllando ad uno ad uno che tutti i crini andassero al loro posto, perfettamente pareggiati.

Questo è un posto magico, così sentivo e pensavo.

Il silenzio era perfetto, mi vedevo a quel banco, alle prese con quella cosa perfetta, quella che dà la voce allo strumento, e con questo la vita ad un concerto di Bach, Mozart, Brahms, Dvorak, Beethoven, Tchaikovsky… proprio tutti loro, e tanti altri, tutti miei maestri, studiati e amati da quando ho memoria di me.

L’archetto era pronto.

Non me ne andai, cominciammo a parlare, gli dissi dell’incanto che mi aveva letteralmente rapito nel vederlo muoversi intorno all’arco, quei gesti, quella attenzione, quella concentrazione, quella stupenda precisione, e poi fu lui a dire a me…

Non mi ero aspettata nulla del genere, ero andata dal Maestro Lucchi per sistemare l’archetto di mia figlia, la piccola, a quel tempo un giovane talento, ero arrivata da poco a Cremona, avevo chiesto in giro, e Lucchi sembrava una buona scelta, anche se era scomodo da raggiungere, avevo in mente le mie solite cose, le mie solite domande, la casa, il lavoro, le bambine, il conservatorio… da quel laboratorio non sono mai più uscita.

Parlammo tanto, Lucchi era così, romagnolo, burlone, scherzoso, tanto quanto rigoroso e incontentabile, parlammo di tutto, di musica, di musicisti, della nostra vita, io non riuscivo ad andare via, non ci pensavo proprio, e mi sembrò che anche il Maestro non volesse proprio smettere.

Passarono ore, bellissime, le ho qui tutte, con me… a malincuore fummo costretti a prendere congedo, era sera, era buio, era tardi, bisognava tornare in famiglia… l’archetto di mia figlia era, beh, non proprio il massimo, e Lucchi mi porse uno dei suoi archetti, dicendomi di provarlo, sapevo che non me lo sarei mai potuta permettere, insisté, e lo presi .

Tornai un paio di giorni dopo, per restituirlo, era magnifico, come poteva essere altrimenti, ma non potevo tenerlo, mi aprì lui in persona, e mi disse di seguirlo, con l’aria di chi ne sta combinando una delle sue, in una grande stanza c’erano tutti i suoi collaboratori, i suoi Sons, il suo team, e sul tavolo un’aspirapolvere smontato.

Non riuscivano a rimontarlo, e così mi sfidò, se riesci a rimontarlo sei dei nostri….tra le tante cose di cui avevamo parlato c’era anche, semiseria, l’idea di lavorare stabilmente con lui, a suo dire l’Atelier andava riorganizzato, e organizzare era, ed è, una delle cose che so fare bene.

Così mi misi all’opera, guardai i pezzi, è meccanica, per me roba di casa, il mio papà per lungo tempo è stato nella meccanica di precisione, la domenica andavo con lui nelle officine, i pezzi, le macchine, gli odori della meccanica sono bellissimi… e poi rimontai l’aspirapolvere, sotto gli occhi di tutti, archettai, tutti maschi, a braccia incrociate, con la faccia di quelli che dicono seeee, è arrivata lei, una femmina meccanico… poche mosse, ecco, gli dissi, e lui proruppe in un sincero Socc!

Voleva anche dire che potevo iniziare, sapeva che avrei dovuto lasciare il lavoro che facevo, ci volle un mese, approfittavo di tutte le possibilità per andare da lui, anche solo per un’ora, ci andavo quasi tutti i giorni, finchè restai.

Sono rimasta con il Maestro Lucchi per nove anni, fino a quando se ne andò… la verità è che per me non se n’è andato, è ancora con me, è nei miei gesti, che erano proprio i suoi, esattamente i suoi, lenti, decisi e sapienti, è nel filo di cotone che tengo appeso esattamente dove lo teneva appeso lui, nei coltellini, nelle lime che ho imparato pazientemente ad usare, ottenendo il suo Socc! di approvazione.

Da più di dieci anni ho il mio Atelier, fu duro per me continuare senza di lui, durissima all’inizio, ci furono momenti in cui dubitai di voler continuare, e furono brutti momenti… la musica mi aiutò tanto, per me suonare è il modo migliore per rimettere il mondo in ordine quando tutto si scompiglia, ed il banco, soprattutto, la sua magia mai finita, mai sparita, è la mia casa sicura.

E i musicisti, giovani e meno giovani, Maestri e studenti, professionisti e hobbisti, solisti e orchestrali, tanti, mi hanno aiutato a trovare e ritrovare ogni volta la bellezza, la meraviglia, l’incanto, tanti che ho servito e servo con tutto il mio impegno, onorando la loro arte, il loro impegno.