La Regina Imperfetta Perfetta

Arriva, penso, per tutti, il momento in cui bisogna mettere le cose in ordine, e non domani, e no, neanche dopo, bisogna farlo adesso… proprio adesso, quando, per definizione, ci sarebbero decine di altre cose da fare prima, invece no, adesso c’è da mettere a posto.

Il mio labo è molto ordinato, lindo e pinto, come si dice, chi è venuto da me lo ha visto, e sono stata molto contenta di ricevere, sempre, senza eccezione, i sinceri complimenti di tutti… è lindo, ordinato e pinto anche perché ricorro, come tutti noi, allo stratagemma di nascondere il disordine.

È un disordine legittimo, mio privatissimo, non tocca né infastidisce nessuno, a parte me, il puff, divanetto privo di schienale, è una specie di cassapanca, una specie di cassaforte, un refugium pecatorum, che ospita, segretamente, una parte del mio normale disordine.

E poco tempo fa, implacabile, è arrivato l’editto regale, cui non si può disobbedire: OGGI METTI A POSTO.

Nel mio mettere a posto ci sono, per quanto io riesca a ricordare, due contrastanti sentimenti, il primo è di noia e fastidio, massì, nel refugium pecatorum c’è quasi di tutto, ma niente di veramente importante, archetti, nasetti trovati sulle bancarelle dei mercatini, acquistati per pochi soldi, non ricordo nemmeno bene perché, forse sull’onda del: non si vede, perché sono conciati mica bene, ma potresti scoprire che là sotto, sotto una veste di incuria e cattivo stato, si potrebbe celare un Tourte, o un  Lamy.

O per la pragmatica esigenza di disporre di pezzi di ricambio, non facili da reperire, per le riparazioni ordinarie, tanto costa quasi niente, dài, prendilo e mettilo nel puff.

Nel puff c’è anche altra roba, naturalmente, quella marcata con quando-avrai-tempo-e-niente-altro-da-fare-di-meglio… avevo finito da poco di riordinare il contenuto di decine di cassettini, quelli dove trovano posto i pezzi che mi servono per il mio lavoro, trovando un nuovo modo di costruire e applicare una etichetta, che rimanesse al suo posto e non fosse troppo offesa dalla mia quotidiana manipolazione, lavoro indispensabile per completare il recente trasferimento di sede… qualunque trasloco, così pare venga riconosciuto, colpisce come un grave lutto, è un trauma importante, le speranze della nuova collocazione combattono duramente con la separazione che si è resa inevitabile… bah, romanticherie, ho pensato spesso, ho fatto tanti “traslochi”, vita movimentata… però riconosco che, benchè io sia bravissima ad organizzare e portare a termine, non è un accadimento di poco conto.

L’altro sentimento è la gioia che mi aspetto di provare quando, finalmente, ogni cosa avrà trovato il suo posto, ed ogni posto ospiterà ciò che deve ospitare, vicina alla gioia di quando, dopo lunghi e prolungati sforzi ed esercizi, finalmente il pezzo è pronto, è a posto, dal secondo preludio del secondo volume del clavicembalo ben temperato al King, re degli archi per violoncello.

Apro il puff, sono sola nel labo, e il mio occhio viene attirato da un’ombra che forse non è un’ombra, sembra un nasetto, brutto, incrostato, nerastro, verdastro, là, abbandonato sul fondo del puff, chissà perché diavolo l’ho comprato… vabbè, vediamo meglio.

Lo ripesco, delicatamente, dal fondo, senza smuovere altro, e lo porto sotto la luce spietata della lampada che circonda la lente, è proprio brutto, le incrostazioni sono orrende, cominciamo con un buon battericida, non si sa mai… e poi alcol puro, leggeri, stare leggeri, piume portate dal vento… quasi nessun effetto apparente, è un trucco del nemico, finge di non aver risentito del mio attacco, ora vediamo, paglietta superfine, difficile trovarle in commercio da un bel po’, leggeri, stare leggeri, il primo microstrato si è un poco ammorbidito, l’alcol ha fatto il suo lavoro, e poi procedo leggera, strato dopo strato, alternando alcol, paglietta superfine, poi micromesh cinquemila… è un lavoraccio, lo so da tanto tempo, lungo e in parte noioso.

La noia la combatto prima con la curiosità, che cosa c’è sotto quella orrenda incrostazione, e poi con l’esultanza della scoperta, è avorio, il nasetto ha almeno un secolo, iniziano a mostrarsi i segni certi di questa meravigliosa materia, ora caduta sotto il divieto, capisco i motivi, resta il rimpianto per la meraviglia dell’avorio, elemento generato dalla vita… procedo raddoppiando, triplicando levità e cautela, ci vorrà molto più tempo, brutte brutte croste, cattive cattive...

E poi, alla noia inevitabile della ripetizione prolungata della stessa manovra oppongo il mio racconto, che ascolto mentre lieve e insistente, insistente e lieve, microstrato per microstrato, rimuovo gradualmente ciò che ha nascosto per lungo tempo la verità… cento anni fa, forse di più, probabilmente di più, prima guerra mondiale, inizio del novecento, lo spirito della mitteleuropa, della weltanschaung di quell’epoca, e poi la belle epoque, l’expo di allora, la Tour Eiffel, e Strauss, ah sì, casa, per me, i grandi walzer, scritti per intrattenere la piccola e media borghesia di quel tempo, la speranza e l’illusione di quel tempo, ancora la speranza e l’illusione che qualcosa avrebbe potuto cambiare, sarebbe cambiata…

E l’avorio, piano piano, si mostra, attenta qui, sì lo so, non essere noiosa, e poi quell’arco suona su un violino la miseria ed il dolore della shoah, del trionfo della bestia sull’uomo, suona ancora l’opposizione caparbia e incurante, nascosta e pubblica, suona delle morti e del sangue inutilmente versato, dei destini spezzati irrimediabilmente, e della speranza, invincibile.

E poi ancora, al servizio di un altro arco e di un altro violino, serviti da un altro violinista, suona della apparente pace, della lotta e delle sconfitte dei tanti in tempo di pace, suona alle feste popolari, nei circoli ristretti di una borghesia che cerca una sua nuova onorabile identità, di una nobiltà che pare scomparsa, ma che è là dietro, nascosta, sempre più irresponsabile e incurante, che prepara o ordisce le tagliole mortali della globalizzazione…

Il nasetto è quasi del tutto ritornato a splendere, e lo vedo, brutto, vecchio, incrostato, trascurato, nelle mani non curate di vecchi pazzi, o giovani dalla testa vuota, finire sul fondo di un armadio, escluso, buttato via, non servi più, vecchio mio, per te non c’è pensione, sei un rottame, roba da buttare.

E da qualche anno è nel mio puff, e io sono piena di vergogna, mi vengono le lacrime, sono arrabbiata per le ingiustizie che questo nasetto ha accompagnato e cantato, per la fine miserabile che gli è toccata, per la mia trascuratezza, mi rimprovero aspramente, come hai potuto lasciarlo cadere nell’oblio…

Bah, romanticherie, un poco mi conosco, i miei racconti li ricevo, come se non fossi io a raccontare, ma qualcuno raccontasse mente io sto a sentire… e ora il nasetto è meglio che nuovo, completamente liberato dalla sua prigione, con tutti i nobili segni del suo centenario servizio, nobile e fiero… vite e madrevite, questa parte è inaspettatamente facile da completare, mmhhh, il bottone, il bottone non mi convince, e non mi convincerà per una settimana intera, poi lo trovo, eccolo, sì, ora è perfetto…

Perfetto per che cosa, per chi… no, non è giusto, non lo posso fare, ora basta, finitela, un Re è abbastanza, non me lo potete chiedere, basta ho detto, avete The King, contentatevi.

Niente da fare, quel nasetto non mi lascia stare, il bottone spinge implacabile, mi assediano, devo cedere: il nasetto è nato per servire una Regina, io non posso oppormi, non ce la faccio più.

La bacchetta… dove è quella bacchetta, l’avevo, ce l’ho, so di averla, dove è adesso… vado alla bacheca, dove ripongo ordinatamente (sì, proprio, ordinatamente) i miei “lavori in corso”, è lì, eh sì, da un bel po’, e va bene, vieni, il tuo tempo è giunto.

Una bella marezzatura della testa la rende inconfondibile, mi ricorda un arco antico che curo da anni, un Peccatte, poi vedremo la curvatura…

Consuete e note operazioni di reciproco adattamento, nasetto e mortasa ora sembrano nati insieme, il crine, ah certo, il crine della migliore qualità, scelgo ad uno ad uno i crini più candidi, i più belli, i migliori dei migliori, la scarpetta, il mantello della regina, della stessa materia del mantello del Re, uno dei segreti che non rivelerò a nessuno.

E la Regina è magnifica, nel suo riposo… domani le prime prove, è tardi, sono esausta, lasciatemi andare, domani completeremo, li imploro, la Regina mi concede di ritirarmi, ha visto che ho raggiunto il limite, non ce la faccio più.

Esausta, piano piano, ritorno a casa, sono stanchissima, sfinita, penso a che cosa mangeremo stasera, non so neanche se avrò la forza di mettermi a tavola, spero che nei pochi minuti del viaggio di ritorno mi succeda quel che mi succede quasi sempre, la fame mi aiuta a ripescare energia quando penso di non averne più… del lavoro di oggi, ultimo dei non pochi giorni dedicati alla Regina, sono abbastanza soddisfatta, ma non del tutto.

Lo so, non è bene dare retta alle ombre della sera, ingannano, da sempre, avvicinandomi alla fine, vedo difetti e imperfezioni ovunque, e poi, nella luce del giorno, riposata, fugate le ombre della sera e della notte, difetti e imperfezioni si rivelano inesistenti , o del tutto irrisori… un poco so da dove vengono queste minacciose ombre, è una storia vecchia, l’ho scoperto da non tanto tempo, è di aiuto saperlo.

Nella luce del nuovo giorno, esamino la Regina millimetro per millimetro, mi ero sbagliata, difetti e imperfezioni sono inesistenti e irrilevanti… il filo d’argento è stato particolarmente ben avvolto, per forza, mi dico, mentre lo avvolgevo avevo in mente la Regina felice, bene, ora la prima prova, tendere, ecco, fatto.

La Regina è dritta, impeccabile, punta e tallone in perfetto allineamento, sì.

Ora vediamo al traverso… mmmhhh, qualcosa della curva vicino alla punta non mi convince, confronto con le mie curve, c’è un lieve, lievissimo scostamento… c’è davvero, o lo vedo io?

Provo ancora, c’è, e non c’è, c’è e non c’è… sono frustrata, io voglio una risposta netta, chiara, e la voglio adesso… ho il sospetto che quella lieve, impercettibile curva, circa verso la fine, verso la punta possa rendere meno efficace l’arco quando affronta le note da eseguire con la punta dell’arco, provo e riprovo, tutto sembra a posto… no, non sembra, è a posto, le ultime prove non lasciano alcun margine di dubbio: perfetta, la Regina è perfetta.

Perché ne ho dubitato così a lungo, perché sono arrivata al punto di vedere/non vedere, di non riuscire a vedere con chiarezza che non c’era nulla che non andasse nella curva vicino alla punta, gli occhi sono a posto, loro sono a posto… a tutti è capitato di vedere distintamente cose che non esistono, la fata morgana sull’asfalto arroventato d’estate, un “semplice” miraggio, un’ombra dove non ci può essere ombra, una luce da dove non è possibile che provenga luce, scherzi della percezione, meglio chiuderla lì.

È un ottimo lavoro, ne posso essere fiera, e lo sono… ma non sono soltanto fiera, sento anche altro… con il King non fu così, una volta completato mi sentivo fiera e in pace, ora una sottile inquietudine sembra non volermi lasciare la mano.

Credo che mentre lavoro per portare alla luce un arco, i dubbi, le domande, l’insoddisfazione che va e viene, anche il chiedermi se ce la farò anche questa volta, benché spiacevoli, siano anche buoni, utili, servano per raggiungere la perfezione possibile agli umani, possibile nel mio mestiere, insomma la scontentezza aiuta, non accontentarsi aiuta.

Per me, la voce che durante le necessarie pause mi dice “non sei brava, non sei abbastanza brava, non sei capace” viene da lontano, oggi lo so, è un pezzo del rimedio che avevo trovato nei miei primi anni di vita, una roba abbastanza complicata da spiegare ora, più o meno l’effetto di prendersi una colpa immaginaria per riuscire a “controllare” il mio mondo di allora, i miei mondi di allora, che, naturalmente, come per tutti, non sono mai sotto il nostro controllo.

Rimedio che ha funzionato per decenni, a mia quasi insaputa, molto costoso e poco efficace… ma non è questa la sorgente della inquietudine che continua a tenermi la mano, mentre contemplo la Regina… questo magnifico arco per violino è la Regina, non ci sono dubbi, regalmente alla pari con The King… anch’io sono Regina, è uno dei miei mood, modalità, personaggi, come dice un mio caro amico, e in queste settimane le mie figlie attraversano tempi  difficili, ce la fanno, sono fiera di loro, ma faticano molto, e in parte credo di conoscerne i motivi, di sapere che cosa rende loro così faticoso e difficile il cammino.

E spesso al mio risveglio ciò che si presenta ai miei occhi, alla mia mente, sono loro ed il mio rammarico per essere stata la causa remota (sono grandi, tutte e due) della loro fatica, e di una parte del loro dolore di oggi.

So bene che le mie figlie, là fuori, nel mondo, sono, sin dall’inizio della loro vita, misteri inesplicabili, e che ho fatto tutto ciò che potevo, che non potevo che fare del mio meglio, sempre quel caro amico me lo ha dimostrato, ogni essere vivente non può che fare del suo meglio in ogni istante della sua vita, è programmato per fare questo, anch’io, anche tu che mi leggi ora.

So bene che le mie figlie sono anche, oltre a misteri meravigliosi e insolubili, letteralmente pezzi, parti di me, così come (quasi) tutti i figli e le figlie sono pezzi, parti, di chi li ha generati, e che non è bene confondere che cosa sono là fuori con quel che sono in me, è bene trovare l’armonia tra questi due diversi modi di esistere.

E quando l’armonia si spezza? Quando le mie figlie tribolano, faticano, piangono, soffrono? Quando io mi sento colpevole di aver contribuito a quel che vedo ora, anche se certamente non lo sapevo, anche se certamente ho sempre e solo fatto del mio meglio?

Sono Regina, sì, anche, ma difettosa, imperfetta… è stato un lungo cammino, e ancora non mi è facile riconoscere da che parte mi arriva che cosa, anche se oggi vedo che sono molto più capace di prima, e che ogni giorno trovo un piccolo progresso: la regina difettosa viene da quella voce remota e lontana, poiché Regina sa che possiamo usare ciò che abbiamo imparato solo dopo averlo conosciuto e imparato, e non prima.

Regina sa, comprende, capisce, non si assume colpe immaginarie, nutre aspettative alte, anche molto alte, ma non impossibili, Regina non sottovaluta né sopravvaluta le difficoltà da affrontare, non trascura né si accanisce inutilmente sulle opportunità, sulle possibilità, non trascura né si accanisce sull’impegno da profondere per realizzare qualunque cosa. Regina è perfetta, per quanto perfezione possa esistere nell’umano vivere.

Così, istantaneamente, l’inquietudine che non voleva lasciarmi ora si è dissolta. Armonia.