Cello Time – parte 2

Buongiorno Raffaella, allora, questo arco di 74 grammi, che è quello che mi è piaciuto di più, diciamo che ha tutte le caratteristiche che io sto cercando, mi piace che è molto equilibrato, cioè io lo sento come se fosse parte del mio braccio, lo sento veramente comodo, equilibrato, si attacca benissimo, è molto chiaro, molto pulito, il suono è molto bello in quel senso, mi piace anche che è molto flessibile, cioè se io scarico il mio peso l’arco risponde, si attacca… l’unica cosa è che già suonandolo in uno spazio più aperto, o magari con una acustica meno favorevole, cioè una acustica più secca, o in una sala più grande come quella del conservatorio, il suono è un po’ magro, secondo me, essendo un arco leggero, è un po’ ovvio che il suono può diventare un po’ magro…. Quindi diciamo che non aiuta il mio modo di suonare, il mio fisico, anche il mio violoncello è un violoncello piccolo, non è un violoncello grandissimo, modello Montagnana, quindi il suono sì, il suono risulta un po’ magro, mi piacerebbe avere un suono più rotondo, più pieno, con più sostanza…

Il secondo arco, quello da 76, già ha un suono che spara di più, questo mi piace anche, secondo me questo mi aiuta, aiuta il mio violoncello, però inizia  a perdere un po’ le cose che mi piacevano tanto del primo arco, inizia ad essere un po’ scomodo, cioè nel senso inizia a sentirsi un po’ pesante la punta, e inizia ad essere un po’ meno flessibile, nella metà sento che se scarico il mio peso, il mio braccio, un po’ non si attacca come il primo, come quello da 74, e quindi diventa un po’ difficile per me scegliere, perché se dovessi scegliere io sceglierei quello di 74 grammi, però la questione è che il suono, sì mi piacerebbe, cioè alla fine il suono è la cosa, diciamo,  più importante, anche se sto cercando di sentirmi più comodo, più libero, però se il suono non è il suono che vorrei trovare,  un po’ mi fa già trovare non essere del tutto convinto… il secondo arco mi piace molto, però ripeto inizia a perdere le caratteristiche del primo arco che mi piacevano, diciamo così che il mio arco perfetto è come il primo da 74 grammi con tutte le caratteristiche che ha, in più un suono più rotondo e con più sostanza.

Per questo avevo pensato anche all’arco di 80 grammi, però mi ricordo che quando l’ho provato si sentiva ancora un po’ pesante la punta perché non c’era, perché non era ancora finito, no?, mancavano ancora alcune cose, per questo ti chiedo se intanto tu l’avessi finito, perché mi ricordo che il suono aveva più sostanza, e magari per l’acustica dove lo stavo provando era un po’ troppo, ma in una acustica meno favorevole potrebbe essere una opzione... mi è venuta anche la curiosità di avere il tuo consiglio, il tuo parere…

Dopo qualche giorno Emiliano mi invia questo messaggio vocale, quattro minuti e venti secondi, ha preferito questa modalità per presentarmi il risultato delle numerose prove che ha effettuato, ne apprezzo il tono estremamente garbato e gentile, la forma, assai rispettosa e di considerevole eleganza, e i contenuti, molto precisi, frutto di impegno, dedizione, acume, e grande attenzione… sì, certamente, Maia (76 grammi) e Elettra (74 grammi) sono due archi diversi, e non è una questione di peso, Emiliano lo sa, usa il peso solo per indicare l’uno o l’altro, non gli ho detto che ciascun mio arco ha un nome, è il nome che io gli ho trovato e che tengo per me, non penso sia una buona cosa che il suo giudizio possa essere in qualche modo influenzato dalle risonanze che ciascun nome ha in ciascuno di noi, necessariamente diverse.

Meglio lasciare bianco il foglio, il più bianco possibile, in modo che sia il musicista a scrivere che cosa trova, e magari, dopo, dopo che avrà scelto, dopo potrò dirgli il nome che io gli ho dato, e che certo il musicista può cambiare a suo piacimento.

Elettra, nelle sue mani e con il suo violoncello, non grandissimo, ha una voce netta, precisa, limpida, pulita e…sì, magra piace anche a me, non esile, poiché non è esile, ma essenziale, snella, c’è tutto, non di più e non di meno, è docile, inavvertibile, diventa parte del braccio e svanisce nel braccio pur essendo certamente presente.

Farebbe lo stesso in altre mani e con un altro violoncello? Avrebbe ancora il suono magro? Probabilmente no, quasi sicuramente no, credo manterrebbe la promessa del suo nome, sostenere velocità, essenzialità, pulizia, snellezza.

Maia, la madre, ha una voce più forte, ha un carattere più forte di Elettra, la sua natura è sostenere l’incontro con la vita, Emiliano dice “spara di più”… nelle mani di un altro musicista e con un altro violoncello farebbe lo stesso? Sparerebbe più di Elettra? Si attaccherebbe meno alle corde di Elettra? Probabilmente no, quasi sicuramente no… come Elettra, anche Maia continuerebbe a presentare la sua natura, sostenere l’incontro con la vita, nel modo e nel senso in cui lo vive il musicista che lo impugna.

Ciascun musicista ha e vive il suo tempo, la sua velocità, la sua essenzialità, la sua pulizia, la sua snellezza, Elettra sostiene il suo tempo, la sua velocità, la sua essenzialità, la sua pulizia, la sua snellezza.

Ciascun musicista incontra la vita nel suo modo, unico e irripetibile, mai prima e mai dopo quel modo si è presentato sulla faccia della terra: Maia sostiene quell’incontro unico e irripetibile.

Sì, gli altri archi che Emiliano aveva provato dovevano essere completati, avevo voluto fare un esperimento, ed era pienamente riuscito, nel frattempo avevo portato a compimento tutte le operazioni, ed erano pronti, I Ching e Rocky, 80 grammi e 81 grammi, il peso in grammi è irrilevante, il loro carattere lo è.

I Ching è l’oracolo, colui che risponde impeccabilmente alla tua domanda, a qualunque tua domanda: ciascun musicista ha e pone le sue domande, pone domande che solo lui o solo lei può porre in quel modo, I Ching risponde proprio a quelle domande, uniche, che nessun altro ha posto prima e nessun altro potrà mai porre allo stesso modo, le differenze tra un musicista e l’altro non possono, non devono essere eliminate o ignorate.

Rocky, il combattente, ha una voce più forte, ha un carattere più forte, la sua natura non è dare risposta alle domande del musicista, è aiutare a vincere: ciascun musicista affronta avventure, rischi, confronti diversi, unici e irripetibili, e Rocky aiuta a vincere ciascuna alea, ciascun confronto, mutando il modo e rispondendo a ciò che al musicista serve, aiutando nel corso dell’avventura che quel e solo quel musicista sta vivendo, nell’affrontare i rischi ed i confronti che quel e solo quel musicista sta affrontando.

Fantasie? Sì, forse.

La fantasia è un ingrediente indispensabile, un bene prezioso, sempre e dovunque, ancora di più quando il compito è mettere al mondo suoni nel modo in cui lo fanno i musicisti… è anche fantasia, ma è anche il modo in cui posso fedelmente dire di quello che ho trovato, sempre più chiaramente, negli anni, ormai sono venti anni di quotidiano incontro con gli archi e con i musicisti.

Non mi è dato sapere, prima che l’arco sia compiuto, quale è il suo carattere, quale è la sua natura… sono una donna, ho messo al mondo due figlie, conosco, ho vissuto l’esperienza di sentire e vedere crescere un nuovo essere vivente dentro di me…è fin banale accostare questa mia lettura della natura, del carattere dell’arco, alla inconoscibile natura e carattere del vivente che le femmine umane, e solo le femmine umane, possono concepire e dare alla luce.

Banale finché si vuole, eppure mi conforta ritrovare, ricordare e tenere in campo la necessità del candore, del non sapere prima, l’impegno ad incontrare la vita nei suoi aspetti ignoti e sorprendenti, a non lasciarsi distrarre dalla diversità di ciò che è rispetto a ciò che desideriamo, infilandoci nel disappunto e cercando di forzare ciò che è nei nostri poveri schemi, restando aperti alla bellezza di ciò che semplicemente è, musicisti, archi e anche figlie.

E così rispondo al messaggio di Emiliano, caro Emiliano, grazie per le tue preziose osservazioni, ora gli archi sono pronti… conveniamo che verrà a prendere i due nuovi archi, vorrebbe fare prove comparate con tutti e quattro, tenerli per qualche giorno, sosterrà gli esami finali con uno di loro, e ancora non può sapere quale, decido all’istante di acconsentire alla sua richiesta, per quanto inusuale.

Ci incontriamo il giorno dopo, alla stazione ferroviaria, è un incontro breve e leggero, deve ripartire quasi subito, svanisce in un attimo, ingoiato da una carrozza del treno che lo porterà a destinazione.

Ancora qualche giorno trascorre, Emiliano mi fa sapere di aver superato brillantemente gli esami, ci accordiamo per incontrarci, parleremo quando ci vedremo, ma io so già che non terrà con sé nessuno dei quattro archi, sono curiosa di sapere perché, di conoscere le ragioni, questa storia è inusuale, è singolare, non mi era mai capitato prima, e sono sicura che non mi capiterà mai più.

Ci incontriamo di nuovo alla stazione ferroviaria, mi porge con attenzione e grande delicatezza le custodie che contengono i quattro archi, siamo seduti su una panchina, gente che va, gente che viene, non una folla, ma c’è movimento intorno a noi, e di nuovo succede che entrambi ci troviamo in una bolla spaziotemporale, come era accaduto al primo incontro, nel secondo brevissimo di qualche giorno prima, e anche ora, siamo lì, ma non siamo più lì, il vociare degli annunci di avvisi, treni in arrivo, treni in partenza, attenzione passaggio di convoglio al binario 3 allontanarsi dalla striscia gialla, le conversazioni della gente intorno, esattamente come se tutto fosse svanito.

E finalmente Emiliano racconta, racconta di I Ching, è quello l’arco perfetto per lui, la levità di Elettra, la forza di Maia, più della forza di Maia, meno della forza di Rocky, devastante… I Ching è stato il compagno scelto per affrontare gli esami, con pieno successo, e I Ching ha mantenuto, come non poteva non fare, la sua promessa, dare risposta alla sua domanda, alla domanda che solo Emiliano poteva porre.

L’oracolo ha impeccabilmente risposto: ciò che tu cerchi non si trova nel violoncello, in nessun violoncello che sia mai esistito, che esista ancora, o che esisterà in futuro, ciò che tu cerchi non si trova nell’arco, in nessun arco che sia mai esistito, che esista ancora o che esisterà in futuro. Cerca altrove.

Ci sono diversi modi per intendere il senso di questa storia, diverse le strade che possiamo imboccare, diversi i vertici, come dicono, prospettici, la mia strada è questa: io sono grata, colpita, e contenta.

Emiliano, grazie anche ai miei archi, e non solo al suo indubbio ingegno e talento, ha trovato una risposta che cercava da anni, piccola, iniziale, ma decisiva: forse avrebbe speso il resto dei suoi anni nella vana ricerca del violoncello perfetto e dell’arco perfetto, capaci di mettere al mondo il suono che sino ad ora era certo che dovesse essere messo al mondo, poiché occorre mettere al mondo, è vitale mettere al mondo, entro il tempo prescritto, la disobbedienza è punita con la morte, la morte del nascituro, la morte del generante.

Quel suono, solo ed esattamente quel suono, era, e resta, ciò che va messo al mondo, nessuno può nutrire il dubbio che Emiliano si sia sbagliato, che quel suono sia un errore, e se lo nutre è in errore, si affida a una non-verità, esponendosi così alle conseguenze, note e immaginabili, del confidare in non-verità.

Certo non mi è concesso sapere come sia il suono che Emiliano deve generare, non prima che egli lo abbia generato, non è concesso a me, non è concesso a nessuno se non ad Emiliano, solo a lui: quando questo suono verrà al mondo, Emiliano potrà riconoscerlo, e dire in giubilo, eccolo, questo è il suono, a poter condividere con altri, sicuramente con me, l’evidenza della unicità di quel suono, la sua bellezza, il suo incanto, il compimento di un viaggio iniziato decenni fa e finalmente compiuto.

Con me restano Maia, Elettra, Rocky e I Ching, ancora per un poco, anche loro se ne andranno, e avranno la loro vita senza di me, sono fiera di loro, di ciascuno di loro, e questa è la più grande ricompensa concessa ad un umano.

Emiliano ha già cominciato la nuova ricerca, e sono sicura che troverà ciò che ancora deve cercare, non perché lo voglia, non perché lo desideri, non per rendere stupido omaggio a qualcosa, a qualcuno, vivente o non  vivente, ma in nome della migliore verità che ha da tempo riconosciuto e che lo ha portato da me, e in tanti posti del mondo…  quale migliore verità?

Ciascuno ha la sua risposta, la mia è, ancora incerta e interrogante, testimoniare meglio che può la sua migliore verità.

So che riuscirà, e so che tornerà da me, un giorno, per raccontarmi del suo viaggio, e del suo successo.

Sino ad allora, dal più profondo del mio inemendabilmente romantico cuore, buona fortuna, Emiliano!