La Chiamata del Violino

È ingegnere progettista, solido, preciso, passata la quarantina, vestito con semplicità, di aspetto piacevole, barbuto, parla con buon ritmo, vocalità espressiva, mi sta dicendo che è in cerca di un arco, un buon arco, ma, ecco, non un arco eccessivamente buono, insomma, ha acquistato da poco un discreto violino, si è iscritto ad una scuola nella sua città, non troppo distante da dove ci troviamo, e ha iniziato a studiare da poco, non sa fare ancora niente, ma si è reso conto che l’arco che usa ora, ecco, va bene, non è che debba eseguire il capriccio del diavolo, ma non va proprio… ce l’hai un arco non troppo da artista, insomma per me che ho cominciato da poco e che però non sia una pena come quello che ho adesso?

Succedeva un po’ di anni fa, nemmeno molti, cinque, no, sei anni fa, la sua richiesta non mi sorprese troppo, da me vengono musicisti affermati, musicisti completi impegnati nella ricerca di una collocazione soddisfacente, in carriera, insomma, ma anche studenti che devono completare gli studi e giovani studenti, e anche persone che possiamo definire, senza offesa, mature, che a un certo punto, dopo aver dedicato la maggior parte del loro tempo e della loro vita a tutt’altro, smettono di dirsi: “un giorno…”.

Mentre conversiamo, con delicatezza, rispetto e approvazione, riesco a farmi raccontare un pezzetto della sua storia, è un professionista ragionevolmente affermato, famiglia, una figlia, gli piace molto il lavoro che fa e lo fa volentieri da una ventina d’anni, ascolta musica da sempre, a sua memoria, e il violino, beh, il violino ce l’ha in mente da quando era bambino, in casa sua nessuno suonava e il mestiere di musicista non era per niente ben visto, famiglia tradizionale, gente seria e solida, insomma di trovarsi un casa un ragazzino con un violino in mano neanche a parlarne… brava gente, semplice e senza grilli per la testa, gran lavoratori, formichine avvedute e sagge, ordinate e quiete.

E lui fa la sua strada, un discreto liceo, il politecnico, non proprio una passeggiata, i lavori da studente, quelli che hanno fatto tutti per mettersi in tasca due soldi e non pesare troppo sulle casse non proprio floridissime della famiglia, il violino non ci stava, prima lo studio, poi il lavoro, trovato quasi subito, poi la famiglia, sposato pochi anni dopo la laurea, naturalmente la casa, e poi la figlia, e ancora il violino non ci stava proprio…

E poi, poco tempo fa, stava finendo un progetto che lo aveva impegnato molto, una roba complicata, tanto per cambiare, avrebbe consegnato l’indomani, tenendosi il tempo per riguardare tutto diligentemente, un pomeriggio come un altro, come tanti altri passati quieti per anni, ecco, stava riascoltando un pezzo di Mozart, molto amato, e non c’è stato niente da fare, non c’è stato più niente da fare.

Era passato davanti alla bottega di un discreto liutaio per anni, fermandosi a volte a guardare i legni, i pezzi esposti, vetrina polverosa, beh, lavorando il legno pare difficile non far polvere, non proprio ordinata, a volte era un violino, a volte una viola, e l’altro giorno aveva visto un bel violino, eh sì, era proprio bello, era rimasto almeno cinque minuti a guardarlo, e poi aveva ripreso a camminare, la strada che faceva da anni, una vecchia viuzza stretta nella parte vecchia della città, con i marciapiedi sghembi, il selciato in sassi arrotondati, la luce che scende poco tra le case disposte ai due lati, un muro continuo in cui si aprono porte, finestre, e botteghe… è la sua città, quella dove è nato, non ha dovuto andare in giro per il mondo come tanti suoi colleghi, la conosce bene, e fa quella strada non perché sia la più breve, ma perché gli piace passare attraverso questo pezzo di città, proprio quella strada.

Non c’è stato più niente fare, doveva muoversi, e muoversi subito, il suo violino, gli stavano portando via il suo violino mentre lui era lì a gingillarsi con le ultime specifiche delle resistenze del circuito, e così dovette uscire, appena il tempo di indossare il cappotto, e camminare velocemente, sperando che il liutaio ci fosse, quella è gente strana, un po’ c’è, poi trovi la bottega chiusa, senza motivo, passo veloce, i chili in più si fanno sentire, il respiro accelera, è pieno inverno ma non sente freddo, ecco la bottega, c’è luce, forse è dentro, il violino, il mio violino è lì.

Me lo mostra, è di buona fattura, provo qualche nota con uno dei miei archi, sì, non è affatto male, è stato un buon acquisto, Gabriel mi guarda aspettando il responso, ma lo sa già, quello che io sento lo sente anche lui, i nostri buoni vecchi neuroni specchio, fulminei, poi ci vuole tempo per pensare quel che abbiamo sentito, il pensiero è più lento… penso a che cosa dargli, penso che è ragionevole che lui dica di volere un arco da studio, che proverò ad accontentarlo, ma che non sarà contento con un arco da studio.

Gli restituisco il violino, gli porgo l’arco con cui ho appena provato, gli dico di provarlo mentre cerco quello che mi ha chiesto, sì, c’è un arco discreto che ho finito di restaurare poco tempo fa, è un arco discreto che mi ha lasciato un ottimo studente del settimo anno quando ha preso un mio arco, si presenta bene, decoroso, lo tendo e glielo porgo, Gabriel lo prova, sembra soddisfatto.

Nemmeno uno sguardo al mio arco, nessun cenno, dentro di me sorrido, sento la battaglia che sta combattendo, silenziosa e feroce, resto quieta, mentre Gabriel mi dice che è proprio quello che stava cercando, allento il bottone, metto l’arco nella sua custodia, chiacchieriamo ancora un poco, e poi Gabriel se ne va.

Dopo qualche settimana torna, e mi chiede, con uno sguardo un po’ complice, tu lo sapevi, vero? Io faccio finta di non capire, sapevo che cosa? E lui, ridendo, trasmettendomi una sensazione di libertà, di una liberazione finalmente conquistata, eh lo sai, lo sapevi che questo arco non è male, ma che non lo avrei tenuto, mi posso permettere un arco migliore, anche se sono solo all’inizio dello studio, anche se mia figlia, il sergente maggiore, mi permette di suonare solo in certe ore e nella stanza più lontana, anche se uso anche un violino elettrico, però per il mio violino, per poco o nulla che io sappia fare, io voglio quell’arco, ce l’hai ancora?

In quelle settimane era passata un po’ di gente, anche per gli archi ci sono le stagioni, ma ero sicura che per pura combinazione nessuno aveva preso l’arco di Gabriel, e infatti ci metto un minuto per trovarlo, è un ottimo arco, ricordo e rivivo in pochi istanti tutto quello che ho fatto per metterlo al mondo, partendo da una bacchetta grezza di un magnifico pernambuco, eccellente trasmissione del suono… troppo per un principiante?

Chi suona sa, conosce la differenza tra studiare con uno strumento di buona qualità e studiare con uno strumento scadente, la voglia di suonare compensa il dispiacere di trovarsi tra le mani un cattivo strumento, ma non è vero che si studia e si apprende allo stesso modo, che il risultato che si ottiene alla fine è lo stesso, e, soprattutto, che la qualità del tempo passato a studiare e apprendere sia lo stesso, sono bugie pietose, restano bugie.

Chi suona sa, anche se a volte non sa di saperlo, o se non usa queste parole per descriverlo, che suonare non è affatto una magia, non è affatto una distrazione dalla vita, non sono atti effimeri di pochi privilegiati, modo leggero di passare il tempo invece di occuparsi di cose veramente importanti, suonare uno strumento, qualunque strumento, quel generare suoni che è generare musica è un atto vitale indispensabile, tanto importante e necessario e indispensabile per la mente di chi suona quanto lo è procurarsi cibo non contaminato e riparo.

E anche Gabriel che ha iniziato a generare musica da poco, anche Gabriel che vede vicini i suoi dieci lustri, anche Gabriel ha bisogno di allineare i mondi nella sua mente con il mondo reale, di trovare e ritrovare le meravigliose connessioni tra tutto ciò che accade nel mondo interno e nel mondo esterno, tra ciò che è prima e ciò che è dopo, tra ciò che è simultaneo e ciò che si alterna, tra ciò che è vicino e ciò che è distante, tra ciò che è alto e ciò che è basso, tra ciò che placa e ciò che irrita, tra ciò che è staccato e ciò che è legato, sono le connessioni che ci permettono di avere a che fare con il mondo reale, di renderlo buono per noi, le stesse connessioni che gli permettono di progettare e poi costruire un circuito stampato su cui vengono montati aggeggi diabolici che poi usiamo per far funzionare le cose che usiamo ogni giorno.

Allineare i nostri mondi, cercare e trovare le prove che funzioniamo bene, o almeno abbastanza bene, è ciò che facciamo in ogni istante della nostra vita, mentre facciamo ciò che facciamo, qualunque cosa stiamo facendo, anche quando sembra che non facciamo assolutamente nulla: non è una scelta, non lo decidiamo noi, non possiamo non farlo, siamo costruiti così… con gli occhi possiamo solo vedere alcuni effetti di questo incessante e meravigliosamente complesso lavoro, non ci è dato sapere esattamente perché, come mai, proprio quel pomeriggio, all’imbrunire, proprio in quel momento, non prima e non dopo, Gabriel si sia precipitato a prendere quello che era il suo violino, proprio quel violino e non un altro, proprio da quel liutaio e non da un altro.

Che cosa trasformi quel “un giorno…” in un “adesso”, che cosa occorra, per citare un vecchio film, novecento, perché ad un certo momento, né prima, né dopo, il quadro appeso da anni cada e si frantumi a terra, non saprei proprio dire: nella mia storia molti sono stati quelli che sono venuti da me, avanti negli anni, con quella cifra, da tempo, da tanto tempo si stavano dicendo “un giorno mi metterò a studiare e suonare il violino”, e poi, senza preavviso, quel “un giorno…” è diventato “adesso”.

Molti sono stati quelli che si sono dedicati allo studio, all’esercizio, con apprezzabile regolarità, cambiando i loro tempi quotidiani, facendo posto e riservando tempo ad apprendere, ad esercitarsi, spesso suscitando l’opposizione di chi gli era da tempo vicino, come la figlia sergente maggiore di Gabriel, senza alcuna pretesa di avvicinarsi alla maestria di un Krylov, di un Yo Yo Ma, ma senza mollare.

Ora mi dico che per tutti noi, generatori di musica, il tempo del generare musica arriva quando arriva, io ho iniziato a cinque anni, non a cinquanta, ed arriva quando ci serve qualcosa che ci aiuti ad allineare i nostri mondi nel modo che solo il generare musica può fare, e questo è ciò di cui abbiamo bisogno, è questo ancestrale bisogno che deve trovare soddisfazione, in questo modo troviamo ciò di cui abbiamo bisogno.

E così, tra Gabriel e Krylov non c’è reale differenza, entrambi fanno la stessa cosa, Gabriel e Krylov hanno entrambi bisogno di usare buoni strumenti, visto il lavoro a cui si dedicano quando generano musica, sapendo che la musica che viene generata è “solo” un effetto collaterale, è bellezza collaterale.

Per noi che ascoltiamo, che usiamo la musica generata da altri, che fruiamo dell’effetto collaterale e della bellezza collaterale per i nostri scopi, è tutto un altro paio di maniche, andiamo volentieri a sentire Krylov, non ci viene in mente di andare a sentire Gabriel… ma, appunto, è una storia totalmente diversa.

Cello Time – parte 2

Buongiorno Raffaella, allora, questo arco di 74 grammi, che è quello che mi è piaciuto di più, diciamo che ha tutte le caratteristiche che io sto cercando, mi piace che è molto equilibrato, cioè io lo sento come se fosse parte del mio braccio, lo sento veramente comodo, equilibrato, si attacca benissimo, è molto chiaro, molto pulito, il suono è molto bello in quel senso, mi piace anche che è molto flessibile, cioè se io scarico il mio peso l’arco risponde, si attacca… l’unica cosa è che già suonandolo in uno spazio più aperto, o magari con una acustica meno favorevole, cioè una acustica più secca, o in una sala più grande come quella del conservatorio, il suono è un po’ magro, secondo me, essendo un arco leggero, è un po’ ovvio che il suono può diventare un po’ magro…. Quindi diciamo che non aiuta il mio modo di suonare, il mio fisico, anche il mio violoncello è un violoncello piccolo, non è un violoncello grandissimo, modello Montagnana, quindi il suono sì, il suono risulta un po’ magro, mi piacerebbe avere un suono più rotondo, più pieno, con più sostanza…

Il secondo arco, quello da 76, già ha un suono che spara di più, questo mi piace anche, secondo me questo mi aiuta, aiuta il mio violoncello, però inizia  a perdere un po’ le cose che mi piacevano tanto del primo arco, inizia ad essere un po’ scomodo, cioè nel senso inizia a sentirsi un po’ pesante la punta, e inizia ad essere un po’ meno flessibile, nella metà sento che se scarico il mio peso, il mio braccio, un po’ non si attacca come il primo, come quello da 74, e quindi diventa un po’ difficile per me scegliere, perché se dovessi scegliere io sceglierei quello di 74 grammi, però la questione è che il suono, sì mi piacerebbe, cioè alla fine il suono è la cosa, diciamo,  più importante, anche se sto cercando di sentirmi più comodo, più libero, però se il suono non è il suono che vorrei trovare,  un po’ mi fa già trovare non essere del tutto convinto… il secondo arco mi piace molto, però ripeto inizia a perdere le caratteristiche del primo arco che mi piacevano, diciamo così che il mio arco perfetto è come il primo da 74 grammi con tutte le caratteristiche che ha, in più un suono più rotondo e con più sostanza.

Per questo avevo pensato anche all’arco di 80 grammi, però mi ricordo che quando l’ho provato si sentiva ancora un po’ pesante la punta perché non c’era, perché non era ancora finito, no?, mancavano ancora alcune cose, per questo ti chiedo se intanto tu l’avessi finito, perché mi ricordo che il suono aveva più sostanza, e magari per l’acustica dove lo stavo provando era un po’ troppo, ma in una acustica meno favorevole potrebbe essere una opzione... mi è venuta anche la curiosità di avere il tuo consiglio, il tuo parere…

Dopo qualche giorno Emiliano mi invia questo messaggio vocale, quattro minuti e venti secondi, ha preferito questa modalità per presentarmi il risultato delle numerose prove che ha effettuato, ne apprezzo il tono estremamente garbato e gentile, la forma, assai rispettosa e di considerevole eleganza, e i contenuti, molto precisi, frutto di impegno, dedizione, acume, e grande attenzione… sì, certamente, Maia (76 grammi) e Elettra (74 grammi) sono due archi diversi, e non è una questione di peso, Emiliano lo sa, usa il peso solo per indicare l’uno o l’altro, non gli ho detto che ciascun mio arco ha un nome, è il nome che io gli ho trovato e che tengo per me, non penso sia una buona cosa che il suo giudizio possa essere in qualche modo influenzato dalle risonanze che ciascun nome ha in ciascuno di noi, necessariamente diverse.

Meglio lasciare bianco il foglio, il più bianco possibile, in modo che sia il musicista a scrivere che cosa trova, e magari, dopo, dopo che avrà scelto, dopo potrò dirgli il nome che io gli ho dato, e che certo il musicista può cambiare a suo piacimento.

Elettra, nelle sue mani e con il suo violoncello, non grandissimo, ha una voce netta, precisa, limpida, pulita e…sì, magra piace anche a me, non esile, poiché non è esile, ma essenziale, snella, c’è tutto, non di più e non di meno, è docile, inavvertibile, diventa parte del braccio e svanisce nel braccio pur essendo certamente presente.

Farebbe lo stesso in altre mani e con un altro violoncello? Avrebbe ancora il suono magro? Probabilmente no, quasi sicuramente no, credo manterrebbe la promessa del suo nome, sostenere velocità, essenzialità, pulizia, snellezza.

Maia, la madre, ha una voce più forte, ha un carattere più forte di Elettra, la sua natura è sostenere l’incontro con la vita, Emiliano dice “spara di più”… nelle mani di un altro musicista e con un altro violoncello farebbe lo stesso? Sparerebbe più di Elettra? Si attaccherebbe meno alle corde di Elettra? Probabilmente no, quasi sicuramente no… come Elettra, anche Maia continuerebbe a presentare la sua natura, sostenere l’incontro con la vita, nel modo e nel senso in cui lo vive il musicista che lo impugna.

Ciascun musicista ha e vive il suo tempo, la sua velocità, la sua essenzialità, la sua pulizia, la sua snellezza, Elettra sostiene il suo tempo, la sua velocità, la sua essenzialità, la sua pulizia, la sua snellezza.

Ciascun musicista incontra la vita nel suo modo, unico e irripetibile, mai prima e mai dopo quel modo si è presentato sulla faccia della terra: Maia sostiene quell’incontro unico e irripetibile.

Sì, gli altri archi che Emiliano aveva provato dovevano essere completati, avevo voluto fare un esperimento, ed era pienamente riuscito, nel frattempo avevo portato a compimento tutte le operazioni, ed erano pronti, I Ching e Rocky, 80 grammi e 81 grammi, il peso in grammi è irrilevante, il loro carattere lo è.

I Ching è l’oracolo, colui che risponde impeccabilmente alla tua domanda, a qualunque tua domanda: ciascun musicista ha e pone le sue domande, pone domande che solo lui o solo lei può porre in quel modo, I Ching risponde proprio a quelle domande, uniche, che nessun altro ha posto prima e nessun altro potrà mai porre allo stesso modo, le differenze tra un musicista e l’altro non possono, non devono essere eliminate o ignorate.

Rocky, il combattente, ha una voce più forte, ha un carattere più forte, la sua natura non è dare risposta alle domande del musicista, è aiutare a vincere: ciascun musicista affronta avventure, rischi, confronti diversi, unici e irripetibili, e Rocky aiuta a vincere ciascuna alea, ciascun confronto, mutando il modo e rispondendo a ciò che al musicista serve, aiutando nel corso dell’avventura che quel e solo quel musicista sta vivendo, nell’affrontare i rischi ed i confronti che quel e solo quel musicista sta affrontando.

Fantasie? Sì, forse.

La fantasia è un ingrediente indispensabile, un bene prezioso, sempre e dovunque, ancora di più quando il compito è mettere al mondo suoni nel modo in cui lo fanno i musicisti… è anche fantasia, ma è anche il modo in cui posso fedelmente dire di quello che ho trovato, sempre più chiaramente, negli anni, ormai sono venti anni di quotidiano incontro con gli archi e con i musicisti.

Non mi è dato sapere, prima che l’arco sia compiuto, quale è il suo carattere, quale è la sua natura… sono una donna, ho messo al mondo due figlie, conosco, ho vissuto l’esperienza di sentire e vedere crescere un nuovo essere vivente dentro di me…è fin banale accostare questa mia lettura della natura, del carattere dell’arco, alla inconoscibile natura e carattere del vivente che le femmine umane, e solo le femmine umane, possono concepire e dare alla luce.

Banale finché si vuole, eppure mi conforta ritrovare, ricordare e tenere in campo la necessità del candore, del non sapere prima, l’impegno ad incontrare la vita nei suoi aspetti ignoti e sorprendenti, a non lasciarsi distrarre dalla diversità di ciò che è rispetto a ciò che desideriamo, infilandoci nel disappunto e cercando di forzare ciò che è nei nostri poveri schemi, restando aperti alla bellezza di ciò che semplicemente è, musicisti, archi e anche figlie.

E così rispondo al messaggio di Emiliano, caro Emiliano, grazie per le tue preziose osservazioni, ora gli archi sono pronti… conveniamo che verrà a prendere i due nuovi archi, vorrebbe fare prove comparate con tutti e quattro, tenerli per qualche giorno, sosterrà gli esami finali con uno di loro, e ancora non può sapere quale, decido all’istante di acconsentire alla sua richiesta, per quanto inusuale.

Ci incontriamo il giorno dopo, alla stazione ferroviaria, è un incontro breve e leggero, deve ripartire quasi subito, svanisce in un attimo, ingoiato da una carrozza del treno che lo porterà a destinazione.

Ancora qualche giorno trascorre, Emiliano mi fa sapere di aver superato brillantemente gli esami, ci accordiamo per incontrarci, parleremo quando ci vedremo, ma io so già che non terrà con sé nessuno dei quattro archi, sono curiosa di sapere perché, di conoscere le ragioni, questa storia è inusuale, è singolare, non mi era mai capitato prima, e sono sicura che non mi capiterà mai più.

Ci incontriamo di nuovo alla stazione ferroviaria, mi porge con attenzione e grande delicatezza le custodie che contengono i quattro archi, siamo seduti su una panchina, gente che va, gente che viene, non una folla, ma c’è movimento intorno a noi, e di nuovo succede che entrambi ci troviamo in una bolla spaziotemporale, come era accaduto al primo incontro, nel secondo brevissimo di qualche giorno prima, e anche ora, siamo lì, ma non siamo più lì, il vociare degli annunci di avvisi, treni in arrivo, treni in partenza, attenzione passaggio di convoglio al binario 3 allontanarsi dalla striscia gialla, le conversazioni della gente intorno, esattamente come se tutto fosse svanito.

E finalmente Emiliano racconta, racconta di I Ching, è quello l’arco perfetto per lui, la levità di Elettra, la forza di Maia, più della forza di Maia, meno della forza di Rocky, devastante… I Ching è stato il compagno scelto per affrontare gli esami, con pieno successo, e I Ching ha mantenuto, come non poteva non fare, la sua promessa, dare risposta alla sua domanda, alla domanda che solo Emiliano poteva porre.

L’oracolo ha impeccabilmente risposto: ciò che tu cerchi non si trova nel violoncello, in nessun violoncello che sia mai esistito, che esista ancora, o che esisterà in futuro, ciò che tu cerchi non si trova nell’arco, in nessun arco che sia mai esistito, che esista ancora o che esisterà in futuro. Cerca altrove.

Ci sono diversi modi per intendere il senso di questa storia, diverse le strade che possiamo imboccare, diversi i vertici, come dicono, prospettici, la mia strada è questa: io sono grata, colpita, e contenta.

Emiliano, grazie anche ai miei archi, e non solo al suo indubbio ingegno e talento, ha trovato una risposta che cercava da anni, piccola, iniziale, ma decisiva: forse avrebbe speso il resto dei suoi anni nella vana ricerca del violoncello perfetto e dell’arco perfetto, capaci di mettere al mondo il suono che sino ad ora era certo che dovesse essere messo al mondo, poiché occorre mettere al mondo, è vitale mettere al mondo, entro il tempo prescritto, la disobbedienza è punita con la morte, la morte del nascituro, la morte del generante.

Quel suono, solo ed esattamente quel suono, era, e resta, ciò che va messo al mondo, nessuno può nutrire il dubbio che Emiliano si sia sbagliato, che quel suono sia un errore, e se lo nutre è in errore, si affida a una non-verità, esponendosi così alle conseguenze, note e immaginabili, del confidare in non-verità.

Certo non mi è concesso sapere come sia il suono che Emiliano deve generare, non prima che egli lo abbia generato, non è concesso a me, non è concesso a nessuno se non ad Emiliano, solo a lui: quando questo suono verrà al mondo, Emiliano potrà riconoscerlo, e dire in giubilo, eccolo, questo è il suono, a poter condividere con altri, sicuramente con me, l’evidenza della unicità di quel suono, la sua bellezza, il suo incanto, il compimento di un viaggio iniziato decenni fa e finalmente compiuto.

Con me restano Maia, Elettra, Rocky e I Ching, ancora per un poco, anche loro se ne andranno, e avranno la loro vita senza di me, sono fiera di loro, di ciascuno di loro, e questa è la più grande ricompensa concessa ad un umano.

Emiliano ha già cominciato la nuova ricerca, e sono sicura che troverà ciò che ancora deve cercare, non perché lo voglia, non perché lo desideri, non per rendere stupido omaggio a qualcosa, a qualcuno, vivente o non  vivente, ma in nome della migliore verità che ha da tempo riconosciuto e che lo ha portato da me, e in tanti posti del mondo…  quale migliore verità?

Ciascuno ha la sua risposta, la mia è, ancora incerta e interrogante, testimoniare meglio che può la sua migliore verità.

So che riuscirà, e so che tornerà da me, un giorno, per raccontarmi del suo viaggio, e del suo successo.

Sino ad allora, dal più profondo del mio inemendabilmente romantico cuore, buona fortuna, Emiliano!

Cello Time – parte 1

Con un lieve accento spagnolo, la voce al telefono mi chiede: “Lei ha archi per cello?”, rimango un filo sorpresa, come sarebbe a dire se ho archi per violoncello, che buffa domanda, e poi rispondo sì, naturalmente ho archi per cello… e mi preparo a quello che quasi sempre segue a quella ouverture, ma con un dubbio, con la curiosità aperta sulla sorpresa, anche se non saprei proprio dire che cosa l’abbia messa in moto.

In impeccabile italiano, la voce, giovane e fresca, priva di tensioni, mi dice che ha avuto il mio nome da un liutaio di New York, dopo un po’ mi ricordo, incontrato parecchio tempo fa a mondomusica, anche se l’incontro fu breve capii che quel Maestro liutaio era proprio un maestro, guidato e dominato da una enorme passione per la sua arte… di liutai ce ne sono fondamentalmente di due tipi, tanti sono costruttori di mobili musicali, pochi sono veri liutai, ci riconoscemmo in pochi istanti, fu bello.

Il mio orizzonte a quel punto cambiò completamente, Emiliano arriva da me inviato da un Maestro, le sue domande vanno accolte onorando il Maestro che lo ha inviato da me… vive in una città lontana, è un musicista, potrà venire da me tra qualche giorno, e intanto darà un’occhiata al sito, verrà con il suo prezioso cello, un Maestro liutaio di una città vicina al mio atelier deve eseguire alcune piccole manutenzioni, preferisce muoversi con il treno, mi offro di andarlo a prendere, e ci accordiamo.

Ha un aspetto gradevole, è giovane, sembra giovane, ma non è poi così giovane, superata da tempo la trentina, durante il breve viaggio chiacchieriamo, ed è una conversazione vera, non sciorina il suo più che rispettabile palma res, né recita il curriculum vitae, ma inanella con piacevole leggerezza le misure di protezione anti-covid con l’ossessione della mamma per l’ordine, la pulizia e l’igiene, che oggi è diventata una dote apprezzatissima da tutti, mentre allora, tanti anni fa, veniva guardata con sospetto

… e poi la fortuna di aver trovato ospitalità (non gratuita, ma andò benissimo) presso una collega musicista bloccata all’estero per mesi durante il lockdown, sfuggendo al possibile destino di trovarsi chiuso per mesi con tre musicisti non proprio gradevoli nella precedente location, benedetta solitudine, tante riflessioni, tanto cello, tanto studio, tante conversazioni via videocall… non è un torrente, è un bel ruscello, fresco, vivace, lui racconta, io racconto, i maestri, miei e suoi, quello attuale che gli sta dando filo da torcere, le masterclass che sta seguendo…

Intanto siamo arrivati, il ruscello continua fresco a ruscellare, mentre con gentilezza toglie la mascherina, contento di trovare in funzione il mio ammazzacovid, che gli presento brevemente, e mi dice sorridendo che sta cercando un arco che gli permetta di ottenere il suono che lui sa essere il suono che ci vuole e che il suo cello può dare, e che non lo ha ancora trovato, dopo averne provati tantissimi… ha girato mezzo mondo, e ora, tornato in Italia da poco, per prima cosa mi ha cercato, forse io ho quello che lui cerca.

Non so come abbia fatto, ma come per magia lo trovo seduto con il suo bellissimo cello, un rapido controllo della accordatura, pronto alla prova, mi guarda sorridendo, in attesa, senza fretta, senza urgenza… io prendo Elettra, è il nome che ho dato a questo arco, diligentemente preparato per la prova, e glielo porgo, con piacere, senza fretta, senza urgenza. Emiliano tende l’arco e inizia.

Il repertorio che utilizza è per me inusuale, non è il canonico e classico cello solo, è una delle parti che sta probabilmente studiando in questo periodo, un quartetto di Brahms, ne esegue due tempi, impeccabile, concentratissimo, so che non è più soltanto lì con me, è impossibile eseguire quei brani in quel modo restando in questo troppo spesso noioso ambiente reale, ciò che gli serve si trova altrove, Emiliano sa dove e come portarlo qui dove gli serve…

E poi torna qui, con me, raggiante… sì, è magnifico, non lo sento, questo arco è la mano che lo impugna, e la mano è l’arco, e il suono, sì, è proprio il suono che cerco, proprio quello, mai avuto fra le mani un arco come questo…

E mi chiede del peso, e del legno, e della madrevite, e i nostri due ruscelli si incontrano e giocano, io racconto, lui racconta, le nostre acque giocano, lui beve ciò che io gli dico, non ne perde una sola molecola, io mi disseto alle sue acute osservazioni e buone domande…

Mi piacerebbe che tu provassi questo, ora… mi restituisce Elettra, che sostiene tempo, velocità, essenzialità, pulizia e  snellezza , e gli porgo Maia, senza dirgli il nome, senza dire parola, semplicemente sorridendo, Maia che sostiene la vita.

Emiliano tende Maia, e come prima se ne va, pur restando con me, non è più Brahms, non lo riconosco subito, sembra Ravel… sì, è Ravel

Sono minuti, e volano via, ed Emiliano torna, volando, fiero e felice, sono volate le ore, e non ce ne siamo accorti, è tempo di rimettersi in viaggio… Emiliano desidera provarli tutti e due, anche là dove lui studia, anche là dove è al lavoro con altri, anche là dove si celebreranno gli esami, tra pochi giorni, desidera chiedere ad un collega molto stimato di suonare il suo cello con questi archi e sentire da fuori, a distanza… acconsento volentieri, ci rimettiamo in viaggio, mentre i nostri ruscelli continuano a deliziarci.

[continua - parte 2]

Riuscita

Bene, diamoci da fare, tra due settimane partecipa a due concorsi per primo violino, è qui da me, con il suo magnifico violino e i suoi due archi da mettere a punto… due archi non miei, ma non male, devo dire.

Ci pensavo dal giorno in cui abbiamo preso l’appuntamento, tra gli archi che ho finito da poco c’è n’è uno che a me sembra proprio che chiami “Salvatore! Salvatore!”… e così, prima di mettermi all’opra sui due archi che Salvatore mi ha portato, prendo dalla teca quell’arco e lo porgo a Salvatore, pregandolo, mentre mi metto al lavoro, di provarlo.

Salvatore mi guarda, un po’ sornione, prende l’arco, lo guarda con grande attenzione, lo tende, poi lo appoggia delicatamente sul pianoforte, imbraccia il suo violino, riprende l’arco, accorda, e inizia…

Io sono già al banco, lo vedo con la coda dell’occhio, ma ora quasi tutta la mia attenzione deve essere diretta a ciò che sto facendo, il tempo è poco, Salvatore deve partire presto… parte leggero, Brahms, e poi Franck

Salvatore è un giovane uomo, alto, asciutto, dall’occhio azzurro, un classico Normanno… parla poco, con me si è sempre mostrato affabile e gentile. È andato via dalla sua regione tanti anni fa, là, se non hai uno sponsor, un padrino, eh, le strade sono chiuse… non che dalle nostre parti sia molto meglio, sappiamo che non è così, ma è che siamo molti di più, che c’è più casino, e che a volte si aprono spiragli

Spiragli, varchi, “opportunità” spesso aperti dalle liti tra sponsor, tra i padrini del nord, liti in cui nessuno deve vincere, e allora passano, talvolta, anche quelli che uno sponsor, un padrino, non ce l’hanno. L’ho visto succedere così tante volte da esserne nauseata, ma che ci volete fare, così vanno le cose nel mondo… ah sì, certo, non solo da noi, tante le testimonianze di tanti musicisti che ho personalmente conosciuto.

Salvatore è fiero, non ha saputo piegarsi, ed è venuto al nord, finendo in una città fredda, nebbiosa, ostile, studio, studio, e ancora studio, tentativi infiniti, infinte lezioni, date e prese, masterclass infinite… Salvatore non molla, è bravo, molto bravo, molto molto molto bravo.

Eccolo  ai capricci, ecco il diavolo… perfetto.

È passata più di un’ora, il primo arco è a posto, faccio una pausa, un caffè, e sigarettina, ah sì ci sta, è il momento. Il caffè lo prendiamo insieme, Salvatore posa l’arco sul pianoforte, posa il violino, poche tracce di stanchezza, come se avesse appena iniziato, ci sediamo al tavolino e prendiamo il caffè, io aspetto quieta che parli lui, non abbiamo fretta, non perdiamo tempo, questo no, ma non abbiamo fretta.

Le tazzine sono vuote, mi godo la sigaretta, lui non fuma, ma non ne è infastidito… e pianta quegli occhi impossibilmente azzurri nei miei, lo sguardo è trionfante, felice, magnifico, e dice: “con questo arco posso fare tutto, con questo arco mi sento sicuro di poter fare tutto”.

So che non è ricco, conosco la sua storia ed il suo presente, abbastanza da sapere che non si può permettere, ora, di acquistare il mio arco.

So che è fiero, e che mai mi chiederà di prestarglielo, privazioni e sconfitte sono state tante, e non lo hanno fermato, so che non lo fermeranno ancora per molti molti anni.

So che non può dire altro, non può dire più di quello che ha detto, e che si aspetta da me che io capisca senza che lui debba dire… e che trovi una soluzione che lui possa accettare, come ho fatto in passato, per altre questioni.

Lo guardo, so di avere sul volto un sorriso lieve, sono contenta, l’ho sentito suonare per oltre un’ora, un pezzo dietro l’altro, uno più difficile dell’altro, a tratti mi sembrava di sentire Krylov, pur sapendo che era lui… ahhh, Salvatore, Salvatore, che vuoi che dica, che vuoi che faccia…

Se lo accetti, ti presto l’arco fino a quando avrai finito i concorsi

In quei secondi, quelli passati tra l’ultima delle sue parole e la prima delle mie, la tensione era andata alle stelle, la sentivo, nettissima, forte, sentivo la sua, i miei neuroni specchio funzionano sempre alla grande, con alcuni musicisti anche di più, e sentivo la mia, enorme, sentivo la voglia, il desiderio fortissimo, suo e mio, di essere liberati da quella tensione e di riuscire insieme ad entrare in un mondo diverso da quello in cui di solito viviamo.

Dove le cose non vanno come da noi, dove il merito non è solo un suono inutile, ma viene riconosciuto, apprezzato  e rispettato… ahh, Amleto, già..  il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni… più di quattrocento anni fa, e siamo ancora lì.

E la tensione si sciolse, tutta, all’istante, lasciandoci dove volevamo trovarci.

Il suo sguardo era magnifico, felice che io avessi compreso, grato dell’aiuto che offrivo e del modo in cui lo avevo offerto, non sminuito, no, al contrario, sapeva che era frutto del pieno riconoscimento del suo merito, della sua impeccabile esecuzione, sapeva che io sapevo che non c’era stato nessun errore, nessuna esitazione, in nessun punto di quella esibizione totalmente privata, ma solo e sempre grande, grande maestria e intelligenza interpretativa.

Sapeva che io volevo che lui “semplicemente” rifacesse, là, davanti alle commissioni, quello che aveva appena fatto con me, sapeva che per lui come per me, avvicinarsi alla perfezione è l’unica ricompensa vera, che riuscendo in questo non è possibile la sconfitta.

Dopo qualche secondo di silenzio, con il sorriso e la felicità nella voce, mi dice: sì, lo accetto… se vinco il concorso, quell’arco è mio, potrai chiederne quel che vorrai.

Uno dei suoi archi era pronto, e il mio anche, gli suggerii di lasciarmi l’altro, era un po’ più malconcio, e ci voleva più tempo di quanto ce ne fosse rimasto, sarebbe tornato a prenderlo in seguito.

Ci salutammo, gioiosi e fiduciosi.

Andò a finire che vinse tutti e due i concorsi, entrambi indetti da seri e importanti teatri stabili, uno del nord, e l’altro del capoluogo della regione da cui aveva dovuto andarsene, tanti anni prima… scelse di tornare alla terra che aveva dovuto lasciare.

Nota: per proteggere la privacy di Salvatore, e poter comunque raccontare questa storia, ho adottato la precauzione di cambiargli nome, che dunque non è Salvatore, luoghi, che non sono quelli sia pure genericamente indicati, e anche lo strumento, che potrebbe essere uno qualunque di quelli che richiedono un arco. Anche gli autori citati, Brahms, Franck, Paganini, sono una mascheratura, come l’aver citato Krylov, per me il numero 1 mondiale. Per il resto, la storia è del tutto veritiera.

The King

Era lì da un po’, bello, forte, potente, mancava ancora qualcosa, avevo avuto altro da fare, e lui era rimasto lì, un po’ impaziente, ma costretto a rassegnarsi ad aspettare… immagino che i re, e le regine, non aspettino per niente volentieri, anche se sono capaci di ideare e realizzare piani e disegni di lungo termine, e quindi capaci di attendere il tempo propizio, né presto, né tardi, proprio il momento giusto per il passo da compiere… ma questo è un altro discorso.

Ogni tanto sentivo che mi chiamava, il re, The King, e che mi sgridava, anche… avevo altro da fare, non avevo tempo, soprattutto tempo interno, spazio interno, per occuparmi di lui, la mia vita scorre come quella di tutti, di rado in modo semplice e lineare, e in quel frastuono, in quell’infuriare di venti e correnti, non potevo, non era giusto, non sarei riuscita ad occuparmi del re più di quanto non facessi, proteggendolo dagli attacchi, dalle polveri, dai brutti incontri, e lasciando incompleto, incompiuto, non finito quel qualcosa che serviva per compiere, completare, mettere alla luce, al mondo, agli occhi di altri… le nostre difficoltà a completare, a concludere, a finire, verso il “ecco, è finito!” hanno radici antiche e recenti, possenti e ben vive.

Non sapevo, per essere onesta, che cosa esattamente mancasse ancora, che cosa non fosse in armonia, in equilibrio, ma sapevo che qualcosa c’era, e non sono riuscita a trovarlo con la facilità con cui trovo di solito ciò che mi serve, le forbici, le chiavi dell’auto, la carta di credito, il telefono… non che non si nascondano, ah no, lo fanno eccome, quasi tutto corre costantemente il rischio di essermi nascosto, anche se li ho sotto il naso, come si dice, una specie di folletto dispettoso che si prende la briga e il gusto di indispettirmi nascondendomi le cose che cerco, per poi guardarmi divertito mentre indispettita impreco ed inveisco, fino a che, finalmente, lo trovo esattamente dove doveva essere, sotto il  mio principesco naso.

Eh no, che cosa ci volesse, che cosa mancasse, non riuscivo proprio a trovarlo da nessuna parte… da un po’ di tempo comincio ad accettare l’idea che a noi sembra, noi sentiamo di cercare, di provare a trovare, ma che non troviamo quando cerchiamo… le risposte non le troviamo cercandole spasmodicamente, le idee non le troviamo attraverso lo sforzo di ricerca, ad un certo punto arrivano, si mostrano, e a me spesso succede di constatare che erano lì da un sacco di tempo, proprio sotto il mio naso, come le chiavi, o il telefono, o gli occhiali… e così, qualche giorno fa, era un martedì, tutto in una volta, ho saputo che cosa andava fatto.

Sembra una vecchia canzone, maybe Tuesday will be my good news day, dio che voci stupende, così calde, fonde, vive, antiche, indomabili… non è proprio che mi sia messa a correre per andare al labo, ma, ecco, quasi, sì, una eccitazione speciale, una cosa fresca, nuova, chiara, luminosa, mi veniva da ridere per la soddisfazione, corro dal mio re… e ovviamente il mio re ha il broncio, e comincia a tentare di sgridarmi ancora, ma si ferma subito, capisce che oggi è il giorno, che è oggi e non domani, che non poteva che essere oggi, e ogni altro giorno sarebbe stato quello sbagliato.

E cessa ogni resistenza, ogni attacco, e mi aiuta, facendo cenni regali di assenso ad ogni mia idea… il nasetto, che ne dite, Maestà, il nasetto, via quel brutto nasetto in ebano, sì, va bene, non è brutto, ma è normale, banale, non è degno di Vostra Maestà (avreste dovuto vederlo, eh sì, un po’ di vanità, chi non ce l’ha…), no no no e poi no, quello in corno, antico, è degno di voi, Maestà… completa approvazione, un breve, regale, cenno di assenso… eccolo, era là da tempo, anch’egli apparentemente scomparso, privo di esistenza, perduto, dannato folletto… un poco mi vergogno, sì, tutto ossidato, triste, come solo gli abbandoni sanno renderci tutti… ma il mestiere lo so, e dopo pochi minuti splendeva come un nuovo sole di giugno, all’inizio dell’estate…

E poi la sua casa, la casa del nasetto, aahhhh, bisognava rassettare, sistemare, renderla adatta ad ospitare il nasetto, e di lena, ma una lena facile, lieve, precisa come il secondo preludio del secondo volume del clavicembalo ben temperato, torna e ritorna senza ripetizioni inutili, solo quelle che ci vogliono, solo dove ci vogliono, solo quando ci vogliono, e la mortasa (dio che nome per la casa del nasetto… mortasa, mortasa e tenone, la base degli incastri dei mastri d’ascia, quel mort che sembra portare dentro, improvvisa e inopinata, la morte… incute timore il solo nome, e per me non corrisponde affatto a quello che è, poiché è la casa della madrevite, che mettendo in giusta tensione l’arco dà vita al suono… madrevite è molto meglio, ma non divaghiamo) diventa quel che deve essere, la casa della vita dell’arco, della sua vitale tensione.

Il Re sembra contento di me, e mi guarda interrogativo, e ora? Maestà, ora il crine, e per voi il crine non può essere bianco, il bianco non rispecchia e non esalta la vostra regalità, la vostra imponenza e potenza… sembrava contento delle mie parole, ebbi un cenno di regale assenso, dunque quale crine? Nero, vostra Maestà, nero nobile, nero come una notte senza stelle, profonda e insondabile, l’azzurro del cielo mutato in improvvisi e mobili riflessi di un profondo blu, quel nero, Maestà, è il nero per voi.

E rapida sono all’opera del crine, sembra quasi che i fili si dispongano in ordine da soli, il pettine fitto vola senza incontrare resistenza alcuna, lieve come una nuvola, un’ombra passeggera e veloce che subito scompare, si avvincono alle mortase, perfetti nell’intimità con il nasetto e con la scarpetta.

Il Re rimira, si rimira, un sopracciglio è lievemente alzato, come dicesse, manca ancora qualcosa, che cosa aspetti? Sogghigno tra me e me, lo so benissimo, è il mantello, non esiste Re senza mantello, e il mantello che sto preparando per lui è un mantello speciale, un segreto che tengo stretto, dono di un grande maestro liutaio, Cesare Gualazzini… Cesare, amico mio, abbiamo passato tempo insieme, magnifico, il tuo humour e la tua originalità restano unici, te ne sei andato anche tu, da poco, ma anche tu resti con me, finché io avrò vita… lo so, con Giovanni ci azzecchi poco, personalità per così dire opposte, ma so che tutto sommato andrete d’accordo, e la compagnia non sarà poi così grama.

Preparo e stendo il mantello, ne rivesto il Re, è seta, Vostra Maestà, non lucida, né opaca, viva e morbida, leggera e molto resistente, non vi affaticherà il passo e vi proteggerà meglio di qualunque altro manto.

Il Re guarda, lo sguardo è acuto, ogni più piccolo dettaglio è visto, esaminato, giudicato, approvato… ma sbuffa, alla fine, ancora non basta, faccio finta di non capire, mi mostro sorpresa, mi fingo smarrita e in imbarazzo… come se non sapessi che il Re pensa al suo popolo, sempre al suo popolo, poiché è un buon Re, a come può e forse deve servirlo, al meglio delle sue conoscenze e capacità. Mi conosce da tempo, questo buon Re, e non si fa ingannare dalla pantomima, né dice parola, poiché sa che io farò ciò che deve essere fatto: la resina regale deve essere sapientemente offerta e armoniosamente accolta dal nero crine, il Re sa che un arco forte come lui è estremamente impegnativo, richiede ogni mia forza porgere la resina, ma sa anche che la sua nobile natura, la natura della sua fibra è tale da rendere il mio sforzo non troppo gravoso, impegnativo di certo, ma non estenuante.

E così è stato, tratto per tratto, ad ogni tratto il crine accoglie e chiama la sostanza che trasforma l’incontro tra filo e corda in suono, avanti, piano, ma avanti, avanti, fino a che tutto è compiuto, il Re si mostra nella sua bellezza e potenza, e a me vengono stupide lacrime agli occhi, di cui ogni volta mi chiedo il motivo, la ragione, il senso, e ogni volta la risposta è lì e ogni volta la caccio via… ma questa volta non la caccio, e la voce buona della mia Regina mormora, amica mia, è stato un po’ così quando le tue figlie sono venute al mondo, non è così?